Tranne alcune varianti nel rito ambosiano e in quello marciano

La Messa del XVIII secolo si svolgeva su di un grande apparato liturgico così da invogliare i musicisti ad usare le più belle e incredibili forme di composizione. L'utilizzo di notevoli organici strumentali – vocali e l'uso in certi casi di ben quattro organi divenne prassi esecutiva dell'epoca. La messa inizialmente veniva introdotta con una sinfonia con più strumenti, organi e clavicembali. Tali composizioni erano di notevole durata o, se più brevi, strutturati in modo da poter ritornellare a piacimento. I celebranti o il celebrante, a seconda delle solennità, svolgevano uno scenario unico per quell'epoca. Spesso si partiva in processione dalla sagrestia percorrendo l'intera chiesa fino a raggiungere il presbiterio. Tale processione era composta da diaconi, presbiteri, canonici e in certi casi per le solennità da uno o più vescovi o cardinali. Raggiunto il prebiterio la musica continuava affinché ognuno dei celebranti raggiungesse il posto ad esso predestinato. Tutto seguendo linee armoniche nei movimenti, nelle precedenze rispettando la musica che li accompagnava. A questo punto iniziava il rito e il segno della croce faceva si che tutti sapessero che il sacro rito era iniziato. I cantori rispondevano spesso usando semplici forme gregoriane. I coristi, gli strumenti e le voci soliste iniziavano così a cantar l'atto penitenziale nella formula greca kyrie eleison …

Subito dopo il celebrante o i celebranti intonavano nella formula gregoriana il gloria seguendo i toni della chiesa; a questo punto il compositore M° di Cappella poteva esprimere il massimo della sua arte e capacità compositiva. In realtà le formule del gloria che sono : et in terra pax, gratias agimus tibi, quoniam tu solus etc. divenivano alberi barocchi a volte talmente ricchi ed elaborati da portare l'ascoltatore in un vero giardino spirituale. Il ripetersi tra strumenti e voci faceva si che la frase proclamata dai cantori divenisse attenta meditazione da parte dei fedeli.

Spesso il finale del gloria si chiudeva in maggiore, così da portare le anime non solo visivamente, ma anche spiritualmente sull'altare del cielo. Terminato il gloria iniziava così la parte liturgica che proclamava le Sacre Scritture. Il diacono dall'ambone proclamava i testi latini dell'antico testamento spesso salmodiando tali letture. Terminate le letture un altro diacono, salito in cantoria, riuniva i cantori solisti per cantare il salmo a versetti alternati con l'organo e gli strumenti. Terminato il salmo, in certi casi accompagnato anche da strumenti insoliti e rari (come si narra che il re Davide adottasse per cantare i salmi), il coro e gli strumenti eseguivano una toccata – sinfonia durante la quale gli ecclesiastici, presenti nel presbiterio, stendevano un tappeto fino all'ambone sul quale passavano processionalmente il diacono recante il Vangelo, con continue incensazioni e intonando l'alleluia gregoriano. Terminata la Lectio Divina gli strumenti eseguivano spesso una sinfonia o l'organista suonava una toccata o i coristi intonavano un salmo gioioso. Si ripeteva nuovamente l'alleluja gregoriano suonando spesso la campana di bronzo a lato della porta che dalla sacrestia dà l'accesso alla chiesa. A questo punto iniziava l'omelia, unico momento in cui anche i fedeli incolti potevano seguire e capire nella lingua italiana il senso delle Scritture e dei Salmi latini.

Seguendo ora la liturgia eucaristica avveniva una specie di miracolo scenografico capace di innalzare tutti i fedeli; tutti gli ecclesiastici presenti delle varia gerarchie si incamminavano verso le loro mansioni liturgiche. L'offertorio spesso era eseguito dai soli strumenti creando armonie tali da indurre i fedeli a porre le offerte al loro solo ascolto. Così veniva stesa una tovaglia riccamente ornata sull'altare maggiore a sua volta ricoperta da un corporale di lino bianco frammentato da dodici pieghe, simbolo dei dodici apostoli dell'ultima cena, poi venivano deposte le candele sui gradoni dell'altare uniti da palmette in legno intagliato e dorato.

Cartaglorie, leggio per il messale, ampolle, pissidi, calici, catene, particole, ostia. Il tutto sotto una costante incensazione. La musica eseguita anche in questo caso durava il tempo necessario affinché tutto fosse portato a termine. Le voci, a questo punto, con gli strumenti e gli organi intonavano il sanctus. Spesso la composizione era divisa in più parti. Terminato l'agnus dei i diaconi si inginocchiavano ai gradini dell'Altare. Siamo giunti al punto sacrale della messa: l'elevazione. Nel XVIII secolo il canone dell'elevazione era di lunga durata. Il celebrante pronunciava oltre le parole di Gesù le cosiddette formule segrete. L'organo a questo punto era l'assoluto protagonista, la sua voce divina doveva avvolgere e coprire il sacro rito che in quel momento si compiva tra il celebrante e il cielo. Le parole ripetute dal celebrante non potevano così essere udite dai fedeli. Le toccate per l'elevazione del XVIII secolo sono strutturate in modo che si possano eseguire da qualsiasi battuta a piacimento fino a suonare a volontà. A questo punto sull'altare è presente gesù eucaristico. Tutti i fedeli, compresi gli ecclesiastici, stanno ore in ginocchio in adorazione e preghiera. Spesso si facevano le preghiere interiori anche per i defunti. Terminato questo rito, la Cappella Musicale esegue l'agnus dei, vari esempi si trovano nelle messe del XVIII secolo. Il qui tollis ha una durata maggiore rispetto all'agnus dei. E'questa una caratteristica tipica delle messe italiane del '700. Arrivati alla coena domini, ossia comunione, si potevano suonare i soli stumenti con organo e cembalo o solamente organo.

Terminata la comunione si cantava un salmo con voci e strumenti o solo voci soliste e basso continuo. A questo punto il celebrante o i celebranti impartivano la benedizione usando formule gregoriane e aspersorio e secchiello con piviale. La Cappella Musicale spesso a quell'epoca cantava Amen più volte. E' da notare che l'Amen con strumenti voci e Organo a quell'epoca assumeva notevoli dimensioni sia per la composizione che per la durata. Terminato l'Amen i diaconi intonavano Ite Missa Est.

Gli ecclesiastici lasciavano ora il presbiterio in una solenne processione guidata da diaconi chierici che portavano una croce a stile con ai lati numerose candele o ceri accesi, mentre l'organista esegue una canzona o una toccata o una sonata. Si concludeva così la celebrazione solenne ma anche ordinaria. Nel XVIII secolo la differenza tra celebrazioni ordinarie o solennità aveva pochissima differenza. Al termine dei sacri riti era usanza in varie diocesi d'Italia che gli strumenti dessero dopo la messa la possibilità ai fedeli di ascoltare nuovamente musica spirituale. Nacquero così i famosi concerti spirituali, nel dopo messa, un modo per restare ancora presenti alla liturgia appena terminata. In caso di parrocchie o confraternite meno ricche o con meno possibilità finanziarie, si faceva suonare anche solo l'organista; in taluni casi un violinista o violoncellista o anche solo il clavicembalista. Testimonianza di questa pratica si ebbe per tutto il Settecento specialmente a Venezia, nella chiesa di San Zaccaria e nella vicina chiesa della Pietà dove il grande don Antonio Vivaldi aveva istituito, con le sue pute, una Cappella Musicale che neanche San Marco a quei tempi possedeva. La musica del Settecento, l'architettura, gli apparati sacri, i dipinti, gli arredi, le scagliole, gli spazi, le luci, formavano un tutt'uno senza più divisioni tra arti.